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Ma il concerto del primo maggio lo fanno oggi?
— Overheard in Villa Ada, nel pratone, sotto un sole cocente, tra il tatuaggio di un’aquila italica e i fasci littori sui tombini. L’Ospite Bolognese, nonostante giunga da un’Emilia non più rossa ma bordeaux, si stupiva che i fascisti esistano ancora.

In effetti, come sottintendeva
Nur di là, il punto più alto della lunga serata tra sabato e domenica è stato il breve giro semialcolico tra gli acquedotti rispettivamente rimpiangendo Marcopiano degli Amari e facendo pensieri impuri sul nuovo tastierista — dopo aver mancato il primo gelato della stagione (ché la gelateria del Pigneto chiude ancora alle 9), dopo il mio quarto concerto degli Amari, dopo una chiacchierata a cui ho dovuto e preferito non partecipare con il frontman di un gruppo relativamente inutile e relativamente defunto, dopo una botta di malinconia, seduto su una ringhiera del Circolo degli Artisti. Che almeno, a differenza del Covo, nonostante la voglia non ti puoi buttare giù facendoti male. Comunque il caustico, oh-mio-dio quanto caustico, messaggio del Pasta si concludeva con: sloggati, esci di casa ed entra in un internet café. È l’anno dello Jägermeister, per qualche oscura ragione. Al Circolo costa meno della birra, è meno annacquato e ha un buon sapore. Ognuno deve avere il proprio mythos che spieghi, tra mezze risate e aneddoti che capiranno in tre persone, perché è l’anno del cervo. Scuro, economico, disperato, dolciastro ma che passa per amaro. A proposito, sto attraversando un periodo difficilissimo. Non sarò molto in giro, a meno che non finisca a dormire sulle panchine. Chiunque voglia offrirmi da bere o accetti di farsi offrire da bere è accolto a braccia aperte.
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"E ce convince che non ce semo detti cazzate fino adesso".
L’ultimo video di Zoro, quello che se fosse uscito subito prima delle elezioni piuttosto che subito dopo il PD avrebbe perso un (altro) milione di voti. (Non sarebbe cambiato nulla. Il PD è comunque riuscito laddove la P2 aveva fallito).
Mangia. È qualche anno che mi interrogo sulle proprietà contenitive della quarta circoscrizione di Roma. Quello che di culturamente rilevante, coraggioso e distintamente romano nasce nel triangolo tra quarto, sesto e ottavo municipio sembra condannato non solo a non trovare fortuna fuori della città, ma spesso anche a non abbandonare quelle poche circoscrizioni. Parlando della realtà quasi suburbana della quarta, l’ex Zero (a sua volta ex Officina 75) e le esperienze del coordinamento Polyester mi hanno sempre lasciato perplesso; non di per sé, ma viste in un quadro che sia di più ampio respiro rispetto a una occasionale serata particolarmente riuscita. Quella di ieri del Defrag lo è stata, in qualche modo, anche se a orari colpevolmente notturni. Prima il divertente e tragico monologo a due voci di Mattia Torre, Gola, sulle guerre intestine e intestinali di questa nazione gastronomica. Recitato da Francesca Rocca e Caterina Guzzanti in quella chiave urbana (nel senso di urbe, anzi di Urbe) che rende certe performance quasi inaccessibili da Viterbo in su, è stato musicato dal vivo dagli Zero Gravity Toilet. Ora, Zero Gravity Toilet potrebbe essere la Broken Social Scene romana, come suono, impatto e costituzione, includendo frammenti esplosi di tutto Polyester. Li ho sentiti e apprezzati ieri; non escludo di non incontrarli più, disgregati dalla fallimentare inerzia di questa parte d’Europa — per quanto gli àuguri da parte mia tutto l’eventuale successo che meritano). Rimescolando le parti, fuoriuscendo dalla elefantiaca realtà collettiva di ZGT, hanno suonato poi LaPingra, Caretta Caretta e Diuesse. I secondi, che mescolano l’elettronica dei Telefon Tel Aviv alla vena pop-surreale dei Fumisterie (non a caso Marco Sutera è alla voce) sono particolarmente consigliati. Comunque, nell’insieme: buona fortuna, per quanto il polso della scena sia inesistente da tempo.
Uno dei punti di forza del web 2.0, ammesso che esista davvero e possa essere chiamato così, è il suo essere un’infrastruttura su cui costruire qualcosa extra-web. C’è un continuo interscambio con il mondo reale che potrebbe non ridursi alle sole informazioni. I social network dovrebbero integrare e facilitare i rapporti interpersonali anche fuori dai social network stessi, per esempio. Ma se pochi anni fa si entrava in un circolo di contatti o si iniziava una conoscenza in rete era nell’attesa rispettivamente di una cena di gruppo o di una birra in compagnia, almeno nella mia esperienza di blogger quasi della prim’ora. Mi accorgo ora, in ritardo, in prima persona, come su Twitter (che ho sperimentato per un breve periodo) e su Last.fm le richieste di amicizia nascano dal nulla — e finiscono magari nel nulla. È normale, lo so, ma non avevo mai perso tempo a notarlo. Per questo accetto solo richieste di amicizia da utenti che conosco di persona e che possa avere senso definire, se non amici, almeno conoscenti. Per tutti gli altri, spero sempre in un’email o in un messaggio privato di presentazione. Non che mi aspetti che qualcuno voglia realmente conoscermi ed essere mio amico. Però dire ciao in privato prima di un add di massa sarebbe carino. Ci sono tre o quattro
amici in attesa di essere aggiunti su Last.fm. Se non fosse per Last.fm forse non sapremmo mai della reciproca esistenza. Eppure quelle richieste di amicizia, che arrivano senza neanche un saluto, sembrano solo un modo carino e moderno per continuare a ignorarsi a vicenda.