Kid A as 8-bit videogame music. Via Chris Bell (“It’s basically what Crystal Castles would be like without Alice Glass shrieking over the top”) and Charlie Brooker.
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Kid A as 8-bit videogame music. Via Chris Bell (“It’s basically what Crystal Castles would be like without Alice Glass shrieking over the top”) and Charlie Brooker.

In un mondo in cui la boxe tra esseri umani è stata resa illegale, un ex pugile riciclatosi come allenatore/programmatore di pugili robot si sostituisce al suo vecchio androide per vincere l’incontro che gli frutterà quel tanto che basta per rimettere in sesto le sue dissestate finanze. Questa era la trama di Acciaio, un racconto di Richard Matheson grigio e deprimente che lessi anni fa in una delle meravigliose antologie di fantascienza curate da Fruttero e Lucentini. Solo da poco mi sono convinto a guardare Real Steel, potenziale disastro cinematografico con Hugh Jackman che avevo ignorato finché non mi sono reso conto essere un adattamento del racconto di Matheson. Il film, per dirla tutta, non è un adattamento del racconto di Matheson. Ci sono robot sul ring, c’è un ex pugile sull’orlo del fallimento e un vecchio androide in cerca di nuova gloria: ma le somiglianze si esauriscono qui. Perché le mie speranze fossero deluse, ho dovuto aspettare una buona metà film. È sì chiaro fin da subito che gli androidi di Real Steel, con quelli di Matheson e della buona fantascienza degli anni cinquanta, non hanno niente a che fare: hanno molto più in comune con gli aspirapolvere radiocomandati di Robot Wars che con gli umanoidi ricoperti di pelle sintetica che spruzzano il ring di sangue finto ad ogni colpo ben assestato. È anche vero però che la fantascienza ha abbandonato da un pezzo l’idea del robot indistinguibile, almeno nell’aspetto, dall’essere umano. Real Steel, nonostante le false promesse (ben nascoste nei titoli di testa, comunque) e l’insopportabile buonismo del neanche troppo travagliato rapporto padre-figlio che ne costituisce la vera trama, rimane un filmaccio godibile. Nello spettro degli adattamenti, è molto più vicino a L’uomo bicentenario—anche nella sua disneyanità—che a crimini come quel film con Will Smith che condivide il titolo con una raccolta di Asimov. Non sfonda mai il muro della quasi-plausibilità, rimanendo ancorato ai cliché del film di boxe e alla vecchia americana. Insieme a Super 8, è una delle produzioni recenti di Spielberg che resuscitano la buona sci-fi dal cuore d’oro per famiglie, fallendo per metà. L’altra metà però conferma che i miei standard di apprezzamento si stanno abbassando, oppure che è davvero in arrivo un’ondata di filmacci scritti bene e girati anche meglio (meglio ancora se con una manciata di animatronic, pupazzi ed effetti speciali smanettoni che gli garantiscano più di qualche mese di vita sugli scaffali). Categoria di film di cui quel successone di The Avengers è un esempio perfetto, promemoria per tutta Hollywood di come una pellicola ben fatta la gente vada sempre a vederla. E ora aspettiamo Prometheus e The Dark Knight Rises.

È periodo di elezioni locali in questo angolo d’Europa. Mi è arrivata la scorsa settimana la tessera elettorale e ho cominciato, spinto da un sano senso civico, a informarmi sui candidati del mio distretto. Il sito comunale è funzionale ma asettico: nomi, affiliazioni politiche, neanche l’ombra di una foto. Google è appena più utile, ma districarsi in una foresta di ideali e valori non accompagnati da concreti programmi politici non è impresa facile. Farlo poi nell’idiosincratico panorama britannico di coalizioni e partitini, separatisti e sindacalisti, è perfino peggio. Associare delle facce ai nomi è stato quanto di meglio alla fine sia riuscito a fare. Ma anche lì tutto si riduceva a scegliere il candidato con la barba migliore. I pizzetti da gemello cattivo? No, ispirano poca fiducia. Le barbe da competizione? Troppo frivole. I baffoni bianchi da ex-buttafuori del presunto incorruttibile del consiglio comunale uscente? Mah. Oggi però ho ricevuto a casa un volantino elettorale, il primo della campagna, che mi ha in parte tirato fuori dall’impasse. Sul fronte recita: Vota per il matrimonio. Sul retro, i volti di quattro leader religiosi locali e dirigenti di comunità—un cattolico, un musulmano e due declinazioni di presbiteriani—e un paio di paragrafi deliranti sulla santità del matrimonio tra uomo e donna. Tra le perle di copywriting: (a) “Free to disagree: il matrimonio omosessuale non dovrebbe essere permesso solo perché spinti da political correctness”, quando potrebbe essere semplicemente Free to disagree: se non vuoi sposare un uomo (o una donna, nel caso sia tu donna) non farlo; (b) “It is possible to respect the rights of others while also supporting traditional marriage”, e lo fanno inviando a ogni casa un volantino per il referendum contro i diritti delle coppie omosessuali; (c) “Polygamy may be next”, che si commenta da sé. Ecco, devo dire grazie a quel volantino. Ora so esattamente chi non votare, tra i candidati che non sono palesemente fondamentalisti religiosi e/o non appartengono a liste elettorali che ne supportano. Per scegliere tra quelli rimasti, però, temo dovrò affidarmi alle barbe.
Bright Club è una roba che organizzano da qualche tempo in giro per il Regno Unito. Bright Club è difficile da definire. Non è, come suggerirebbe il nome, un incontro informale di premi Nobel che si picchiano, previa rimozione di scarpe e camicie, in uno scantinato. (Purtroppo; perché pagherei per andare a vedere una cosa del genere.) Al Bright Club giovani ricercatori, scienziati e accademici fanno stand-up comedy, in un comedy club vero, con un pubblico vero. Fanno stand-up comedy sui propri rispettivi ambiti di ricerca e sulla vita accademica in maniere così creative che PhD Comics, con le sue macchiette e le sue battute ormai trite perfino prima ancora d’essere messe su carta, al confronto sembra una puntata di Zelig. Sono andato l’altra sera al Bright Club cittadino, al celeberrimo Stand, un comedy club vero con un pubblico vero. Ed esigente. Presentati da Chris Forbes, sul palco si sono alternati un ingegnere strutturale e una sociologa che studia lavoratori appena licenziati, una studentessa di letteratura inglese con il suo ukulele (Eleanor Morton: andatela a vedere, se vi capita), un ingegnere dei laser e un goffo farmacologo. La serata si è rivelata spettacolare e non perché sia io un addetto ai lavori, e neanche perché avessi scarse aspettative. Sono idee del genere che umanizzano la scienza, che rendono ricercatori e accademici personaggi tridimensionali. Non il ridicolo di Dance Your Ph.D. (qui c’è un TED talk pieno zeppo di idee sbagliate sia sulla comunicazione della scienza, sia sulla danza) o di The Big Bang Theory. L’altro giorno qualcuno ha definito The Big Bang Theory l’equivalente scientifico del blackface: qualcuno che si dipinge di nero e balla il ragtime è offensivo ma per il grande pubblico The Big Bang Theory, paradossalmente, no.
Mi rifiuto di autodefinirmi uno scettico. In questi anni sta prendendo coscienza di se stesso un presunto movimento “scettico” che si professa promotore del pensiero critico, del metodo scientifico e in generale di un approccio razionale ai problemi riguardanti la vita, l’universo e tutto quanto. È una missione lodevole, che per di più condivido in pieno. Il problema è: nonostante questo, non posso definirmi scettico. Professarsi scettici, non semplicemente esserlo e andare avanti con la propria vita, trascina il più delle volte verso un insopportabile sottobosco di circoli scettici, incontri filosofici, conferenze a Las Vegas e devozione a Dawkins, Dennett, Hitchens e Harris. Di nuovo, nulla di male, finché ci si limita a contrastare l’influenza di religione, superstizione, teorie cospiratorie ed idiozia di massa nella sfera pubblica e a promuovere la cultura scientifica—un’arte perfezionata da Neil deGrasse Tyson, il quale, su questo fronte, sta dimostrando un fair play di gran lunga superiore a quello del suo padre spirituale Carl Sagan. Il mio problema con gli scettici riguarda l’identificazione con il movimento, così come ho problemi con chi si definisce un nerd. Non posso fidarmi di qualcuno che si presenta come scettico, nerd e ateo. Dimmi piuttosto che sei, per dire, un appassionato di squash, cinema e cucina; scetticismo e nerditudine, quelli limitati a dimostrarmeli. Scetticismo e razionalità in fondo sono solo strumenti. Dopo il lavoro non si va a casa a fare gli scettici. Al massimo si va a giocare a squash, al cinema o a preparare una buona cena. Mi avevano invitato a un incontro di scettici, questa sera. Si parlava di poligamia, tema morale, che ha a che fare con dinamiche di genere e disuguaglianza sociale, non con una sana scettica attitudine nei confronti della vita. Non sono andato. Non sono andato anche perché sopporto sempre meno gli scettici di professione: i panelist delle conferenze scettiche, i podcaster scettici, gli organizzatori del club del libro scettico del mese. Se non è un mestiere come un altro, se è piuttosto una missione, la si finisca di parlarsi addosso, di predicare ai convertiti e si cerchi di fare davvero la differenza—nell’educazione dei figli, nell’università, in politica—in questa società in mano a predicatori, omeopati e pigrizia intellettuale.
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Chi ha fatto catechismo sul serio, e magari anche un po’ di studi biblici, lo riconosci. È quello che apre la Bibbia e dice: sono solo stronzate. Ma poi si ferma comunque a leggerla per una mezz’ora o giù di lì, a soppesare passaggi, a confrontare traduzioni. Farebbe lo stesso, che so, col Corano. O il Signore degli Anelli. Ieri, dopo cena, mi sono messo a leggere gli Atti degli Apostoli. Non ero ubriaco: cercavo solo di dare un senso al fine settimana lungo che mi ero appena lasciato alle spalle. Mi guardo bene dall’essere tanto ubriaco da sfogliare gli Atti senza nessun motivo. Non vorrei essere ritrovato soffocato nel mio vomito, circondato da bottiglie, con una copia del Vangelo aperta accanto a me sul divano.
C’è una cosa buffa. Quando leggo il Vangelo, nella mia testa tutti i personaggi parlano con un accento vicentino. Anche il narratore. La parrocchia che frequentavo da bambino era popolata di preti e suore vicentini. Era una colonia vicentina quasi in seno al Vaticano. Non ne ho mai capito il perché. Forse un attacco segreto da parte di una ipotetica chiesa scismatica veneta al canone romano, forse una Little Vicenza che si è venuta a creare negli anni come nascono nelle grandi città le Little Italy e le Chinatown—e che, trattandosi di Vicenza, non poteva non essere d’animo puramente clericale. Quando sfoglio la Bibbia, la Bibbia per me è scritta e letta da vicentini.

This American Life è uno dei miei programmi radiofonici preferiti. È trasmesso da Chicago da WBEZ, un canale affiliato con i due network di radio pubblica statunitensi NPR e PRI, e disponibile gratuitamente per il resto del mondo in podcast. This American Life è ideato, curato e condotto da Ira Glass, giornalista hardcore di come ne fanno solo in America, di famiglia ebraica, cugino di Philip Glass, educato semiologo, narratore sopraffino—con la sua voce nasale e la sua cadenza irregolare—, ex reporter di All Things Considered e maestro del medium radiofonico. This American Life racconta storie, dove story, nel linguaggio comune, sta tanto per pezzo giornalistico quanto per narrazione organica e piacevole (possibilmente entrambi, contemporaneamente). Ogni tanto a This American Life mandano in onda repliche di vecchi episodi. Questa settimana, per esempio, hanno trasmesso una puntata del 2007 su due bambine scambiate nella culla nel 1951 e su come la scoperta, 43 anni più tardi, abbia rovesciato le dinamiche nelle due rispettive famiglie. Avendo ascoltato TAL sin dal suo debutto in formato podcast, ricordavo l’episodio. E ricordavo come nessuno dei personaggi della storia fosse particolarmente piacevole—due famiglie di baby boomer retrograde e rancorose nonostante fossero praticamente vicine di casa. Quello a cui pensavo mentre lo riascoltavo però non era tanto la storia in sé. Non è come con la musica, che la ascolti e poi lei ritorna, più avanti, portando con sé ricordi e il ricordo di se stessa. Ma non è neanche come con il cinema, con il quale si è così immersi nella storia da ricordare solo di rado dove si sia visto cosa, quando. Le storie alla radio filtrano in un interstizio dei sensi, vanno a completare il resto, e in questa forma si sedimentano nella memoria. Quando riascolto vecchi episodi di TAL ricordo le storie, ma più delle storie ricordo dove le ascoltai la prima volta, quasi sempre in macchina o dagli auricolari mentre mi spostavo con i mezzi pubblici. Ci sono personaggi ed eventi raccontati da Ira Glass e dalla redazione di TAL che associo a serate in cui mi trovavo a guidare in tangenziale a Roma, altri a mattine d’inverno sull’autobus, altri ancora a interminabili mezz’ore passate a cercare parcheggio. A volte è la voce di Ira Glass che mi riporta alla mente certi angoli di Roma, più di quanto faccia la musica che in quegli angoli di Roma andavo a sentire.