Il plurale di Tesco è Teschi
Hanno da poco aperto un nuovo supermercato Tesco vicino casa mia. Di supermercati Tesco nei paraggi ne esistevano già due. Uno, di dimensioni modeste ma ottimamente fornito, è a metà strada tra casa e il lavoro e a pochi passi dal circolo sportivo. L’altro, gigantesco, poco più a nord, arenato nel mezzo di una zona residenziale e studentesca che (a ragione) non gode di ottima fama. Come succede sempre quando si tratta di nuovi supermercati, non c’era alcun bisogno di aprirne un altro qui. Se non, forse, per servire gli studenti che al sabato sera scendono da queste parti a caccia di alcool. Vivo in una zona mediamente elegante, fatta di tenement flat ammodernati con gusto e vecchi edifici dai soffitti alti e le stanze spaziose convertiti in appartamenti—alla fine della via c’è una bella stazione dei pompieri trasformata negli anni novanta in edificio residenziale. È un esempio da manuale di gentrificazione britannica, i cui residenti fanno spesa nei vari supermercati di fascia medio-alta tiepidi e bene illuminati che costellano il viale che conduce alla città universitaria. Nonostante ciò, è però un’area tagliata verticalmente dalla lunga e incongrua arteria che collega le residenze studentesche nella skid row a nord con l’università cinque minuti più a sud. Il nuovo Tesco è proprio a metà di quella via. Ci sono andato l’altro giorno, sfidando i marciapiedi innevati e proseguendo quei centro metri in più che mi avrebbero permesso di usare la pila di buoni sconto che ho trovato nella buca delle lettere. Buoni sconto senza i quali, peraltro, forse non avrei mai forse neppure saputo del supermercato appena aperto. Il supermercato è più che altro un minimarket silenziosissimo dalle abbaglianti luci al neon e dalle pareti ricoperte di frigoriferi per i surgelati. Poche verdure, pochissima carne. Tanti alcoolici, snack e dolciumi. In prossimità dell’uscita: tabloid e confezioni famiglia di cioccolato. Ho pagato la mia bottiglia di latte, del pane e un sacchetto di pretzel alla cassa fai da te. L’unica cassiera, una ragazzotta alta con il viso paffuto, un naso affilato e i capelli tinti di rosso tramonto, era impegnata con personaggi della skid row e matricole. Ho lasciato il supermercato ripromettendomi di non tornarci più. Solo una volta a casa, dopo essere riuscito a non farmi investire in quei cento metri di attraversamenti incauti e strade ghiacciate, dopo aver posato la spesa in cucina, mi sono reso conto di non avere nulla di quello che avrei dovuto lasciare nello studio. Nello specifico, la busta contenente un vecchio libro appena acquistato, e la bottiglia di whisky e il pregevole formaggio ricevuti come dono per il Secret Santa dell’ufficio. Sono così corso di nuovo al supermercato. Ho lanciato un brutto sguardo agli studenti con buste tintinnanti che ne uscivano. Una volta dentro, davanti alla cassa fai da te accanto alla quale liberandomi le mani per pagare avevo posato la busta, c’era una pozza di vino bianco e cocci di bottiglia. Un commesso ramazzava, un addetto alla sicurezza faceva uscire degli studenti molesti e metteva ordine tra i due o tre clienti in fila. Ho recuperato la mia busta, il libro, il whisky. La ragazza della cassa l’aveva messa al sicuro. Mi sono chiesto se per caso i vetri in terra non fossero non il risultato di un’ubriacatura precoce, ma colpa della mia busta dimenticata. Se un innocente studente vi fosse inciampato, magari uno di quelli che avevo visto uscire. Non ho chiesto. Il formaggio, ad ogni modo, era buono; il whisky perfino migliore.