Come eravamo

È come il 2005 ma siamo tutti un po’ più vecchi. L’altro giorno stavo tenendo una lezione sperimentale per studenti del primo anno. C’erano sui tavoli dei generatori di corrente che emettevano un ronzio costante ad altissima frequenza. Più di uno studente, diciottenne, si è lamentato del ronzio. Io il ronzio lo sentivo appena. Dal 2005, quando ero dalla parte degli studenti e il ronzio lo avrei probabilmente sentito, sono passati sette anni.
Andare ad ascoltare i Clap Your Hands Say Yeah nel posto più bolognese di Glasgow—si chiama SWG3, è una galleria d’arte in un luogo submetropolitano—è un atto di sottomissione al prematuro revival mid-noughties. Un revival in cui tutto è identico all’altroieri, incluso il pubblico (però più adulto, cinico e sordo), le birre, la band. È il revival nel revival a mischiare le carte in tavola. Let The Cool Goddess Rust Away con gli effetti sulla voce, rallentata e claudicante, è un outtake del Brian Eno epoca Here Come the Warm Jets. Ci sono i Vampire Weekend di quello che Bret Easton Ellis ha definito su Twitter “the whitest damn record ever made”. Ci sono B-side brutti degli Smashing Pumpkins peggiori. Nonostante tutto, però, quanta stupida nostalgia.