Desperate youth

Il Coriolanus cinematografico di Ralph Fiennes è la prova di come il confine tra adattamento e trasposizione sia, più che in ogni altro luogo, nell’occhio dello spettatore. Coriolanus porta al cinema un trattamento dei classici di solito monopolizzato dalle produzioni teatrali, quelle così d’avanguardia, studiatamente controverse, che si ritagliano a volte spazio perfino al di fuori della cronaca teatrale. La sorta di mise en scène estrema così amata perfino dalle produzioni contemporanee d’opera, e scansata da Hollywood, è una in cui i volsci parlano con i consistenti accenti scozzesi di Gerard Butler e del suo luogotenente, contrapposti all’ardente dizione teatrale di Fiennes e al melting pot di accenti che è Roma, una rappresentazione della guerra fatta di digital camouflage e giornalismo partecipativo con i cellulari. Ogni singola scena scatena un tripudio di dissonanze cognitive—la fedeltà al canone scenico e al testo shakespeariano, appena sfoltito, non fa che acuirla. È una Roma tribale, quella mostrata sullo schermo, della quale ogni sfaccettatura è straniera. È storia romana vista attraverso tante paia d’occhi: un resoconto quasi sicuramente apocrifo di una vicenda remota e semi-leggendaria, ripreso e raccontato attraverso la sensibilità del cinquecento inglese, distillata in decine di produzioni teatrali, e riproposta sostanzialmente intatta da un’Europa che vive stretta tra due giganti invecchiati male nella coda lunga della guerra fredda. La regia è blanda; nonostante la camera a mano e le vignette terzomondiste, si rivela troppo intima per essere davvero documentaristica. Ma per questo le va riconosciuto il merito di non distrarre dalla sanguinarietà e sanguinolenza dell’intreccio—la storia di un proto-fascista dal volto umano—in una Roma dall’aspetto balcanico, che possiede una risoluta dignità britannica e l’atmosfera di una plutocrazia dell’Est Europa.