Adieu Maison Pierri (un necrologio immobiliare per tanti intimi). Il luogo che ha visto nascere meteore del twee-pop come i The Pierris (E.B. al glockenspiel, N.A.H. al pianofortino e M.P. nell’altra stanza), il luogo degli aperitivi 19-23 senza cena, delle graphic novel rilette in una notte insonne di novembre mentre mezza redazione di Vitaminic più ospiti dormiva poco più in là in terra e sui divani, del mio divano che sapeva di mini pretzel e dei capelli di Frida Hyvönen, dei concerti visti dalla finestra (nel senso che suonavano sul terrazzo), delle riunioni inutili e del lavoro forsennato, delle spolvero letterale, del pianerottolo all’ultimo piano dove solo le piante grasse possono sopravvivere, di Gender Bender sul televisore e il cofanetto di Futurama, del manifesto di Stardust Memories a tutta parete strappato dalle puntine in una sera di correnti d’aria, dell’intero catalogo K Records, delle torri spiate dalla finestra dello studio, della depressione invernale da ammazzare in terrazza affacciati dalla cima del palazzo sulla striscia di asfalto del vicolo e dei suoi portici. La ricordiamo così.